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Commento alla lettera di Vendola

Nel post precedente (vedi sotto) è pubblicata la lettera di Nichi Vendola al giudice Desirèe Digeronimo che guida l’inchiesta sulla sanità pugliese. Paolo Franchi, oggi sul Corriere, stigmatizza l’autodifesa di Vendola. Contesta i punti in cui Vendola fa riferimento alla «rete di amicizie e parentele» che a suo giudizio avrebbero dovuto indurre il pm a farsi da parte; e che, a riprova della propria purezza, rivendichi (di passaggio, ma non troppo) di non aver mai messo piede nella «festosa scena» abitata dall’imprenditore Tarantini, dove altri, compresi alcuni magistrati (quali?) sarebbero invece stati di casa. Secondo Paolo Franchi lo stile è sicuramente assai diverso, ruvido quello di Berlusconi, allusivo quello di Vendola, ma la sostanza non è poi così diversa, ed è una sostanza che inquieta. La lettera di Vendola rimanda ad una discussione affrontata dalle pagine di questo blog sul rapporto tra politica e magistratura. Interessante è anche l’aspetto comunicativo della lettera. Vendola, rispettando in pieno i criteri di going public («una prassi comunicativa che tenta di sfruttare le opportunità offerte dai media per introdurre cambiamenti nei rapporti di forza tra la presidenza, le altre istituzioni di governo e i cittadini») si appella in modo diretto all’opinione pubblica. Il presidente esercita uno stile di leadership che salta la mediazione. Quando vede appannarsi la sua posizione prende carta e penna e si rivolge ai pugliesi. Per motivare le sue scelte. Per comunicare le sue riflessioni. Così facendo prova ad orientarli sulle sue posizioni. Abituati, come siamo, ad una politica che comunica poco il registro di Vendola crea stupore  e registra inquietudine. Oggi però possiamo almeno dire di sapere cosa passa per la testa di chi ci amministra. Con buona pace dei giochi-del-silenzio.

Giuseppe Spadaro

Pubblicato il 8/8/2009 alle 12.47 nella rubrica giuseppe spadaro.

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