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POLITICA
29 febbraio 2012
Considerazioni sul Congresso del Pd Barletta del 25-26 Febbraio 2012

Sabato 25 e Domenica 26 Febbraio 2012 si è svolto a Barletta il congresso straordinario del Partito Democratico di Barletta, seguito alle dimissioni di Franco Caputo. Come noto è stato eletto segretario Stefano Chiariello. Sulla due giorni di Congresso si è detto e scritto tanto.

Per semplificare divido in due le diverse interpretazioni.

Per alcuni la partecipazione di domenica è il segno della capacità di pochi di muovere "truppe cammellate". L'interpretazione trova conferma nello scarsissimo interesse registrato durante la giornata di sabato, dedicata all'illustrazione delle diverse proposte con relativo dibattito. Questa interpretazione è talmente confermata dai fatti che diventa impossibile metterla in discussione.

Ciò nonostante secondo altri osservatori la grande partecipazione dimostra un attaccamento alla politica da parte dei cittadini disposti, nonostante il momento storico difficile sul piano economico e sociale, a dare fiducia e forza alla politica ed ai partiti. A confermare la seconda ipotesi (in antitesi alla sfiducia verso la politica) ci sono i dati confortanti di altri eventi che si sono svolti Domenica. Le primarie del centrodestra a Trani e Lecce ed il Congresso del PDL della provincia di Bari. Successo di partecipazione inaspettato, ovunque. Pure con le dovute differenze è impossibile trascurare l'aspetto numerico significativo e diffuso.

Una delle letture più lucide del Congresso l'ha fornita Alessandro Porcelluzzi nell'articolo scritto per Barlettalife dal titolo «Il popolo profondo del Pd» di Domenica 26 Febbraio 2012. Nell'articolo si parla di una «massa indistinta e nascosta, silente nelle fasi di normalità della vita cittadina, assente dai movimenti, dalle associazioni, dai comitati, ignorata dall'opinione pubblica». Conosco quella massa indistinta e nascosta. La conosco per averla vista votare nei diversi congressi del mio Partito, per averla vista votare alle primarie e per averla vista in fila ai seggi alle elezioni vere. Di alcuni di loro so chi votano e perché.

E se quello è il lato oscuro della Luna è bene parlare anche dell'altro.

Rappresentato al contrario da quella parte di popolazione molto presente in movimenti, associazioni, comitati. Si tratta della parte di popolazione che forma l'opinione pubblica. Conosco anche loro, o una parte di loro. E so bene con quale e quanta attenzione hanno seguito questo e gli altri Congressi. È gente interessata alla Politica e attenta a tutto ciò che si muove nei Partiti. Per interessi personali ma non solo.

Qui apro una parentesi. A Barletta - lo dico con rispetto per tutti - c'è solo un Partito. E si chiama Partito Democratico. Pure con tanti difetti e storture, è l'unico ad avere un direttivo eletto, dei livelli superiori e soprattutto è l'unico contendibile con capacità indotta di generare al proprio interno classe dirigente. Ne sono testimonianza i tre candidati alla carica di segretario. La fase aperta da poco nel PDL potrebbe avvicinare anche loro a questo modello. In futuro.

L'altra faccia della luna, dicevo. Quella che considerandosi élite segue il dibattito ma non vota. Guarda tutto un pò dall'alto. E storce il naso. Ma si informa bene su chi ha vinto e quindi su chi comanda. Non si sa mai. Mi rivolgo a loro. A coloro che leggeranno questo scritto giudicando anche me dall'alto verso il basso.

Ecco il messaggio: se pensate che chi ha votato domenica lo abbia fatto solo perché «aviotrasportato» per dirla alla Straniero, provate a partecipare per invertire il predominio degli aviotrasportatori. Al Congresso di Sabato e Domenica hanno votato i tesserati del 2011. Si sta per aprire il tesseramento 2012. Si parte da zero. Fatevi sotto. Se poi non vi piace il Pd perché non ha una posizione netta sull'Articolo 18 iscrivetevi a Sinistra Ecologia e Libertà o dove volete voi. Ma fatelo. Per dare senso al rumore di fondo che quella massa indistinta e nascosta è costretta ad ascoltare tutte le volte che va a votare.

Giuseppe Spadaro

15 maggio 2010
A domanda, risposta (Gianni De Michelis) N. 1
Cosa prova un ex ministro che ha firmato il Trattato di Maastricht a essere arroluato da un suo ex allievo a 1950 netti al mese?

Prende atto dei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. Sono molto grato a Brunetta per avermi offerto questa opportunità di sopravvivenza. Per uno che ha fatto politica tutta la vita, finire ai giardinetti è la premessa della morte.

Tratto dall'intervista di Stefano Lorenzetto a Gianni De Michelis.
Pubblicata su Panorama del 20 Maggio 2010.



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politica interna
7 maggio 2010
Fini e Vendola: nuove leadership a confronto
 

Gianfranco Fini e Nichi Vendola sono leader molto diversi, legati, strano a dirsi, da più analogie. Entrambi provengono da cosiddette forze politiche anti-sistema. Gianfranco Fini è figlio del Movimento Sociale Italiano. Nichi Vendola ha mosso i suoi primi passi nel Partito Comunista Italiano. Entrambe forze politiche "condannate" per lungo tempo all'opposizione.

Fini e Vendola si sono molto impegnati, nei rispettivi percorsi politici, a spostare l’asse dei partiti di appartenenza verso una cultura politica più di governo. Con la nascita di Alleanza Nazionale, Fini ha fatto della destra italiana una destra legittimata a pieno titolo a governare il Paese. Nichi Vendola, dalla sua prima elezione del 2005, è l’unico presidente di Regione in Italia proveniente dalla sinistra radicale.

Fini e Vendola percorrono insieme l’ambizione alla leadership. Ci sono differenze nel modo in cui essi vi lavorano: mentre Fini appare da oggi deciso e determinato a sfidare la leadership – sinora incontrastata – di Silvio Berlusconi, Vendola sembra attuare una strategia più attendista. Continua a schivare – per calcolo più che per scaramanzia – ogni forma di investitura ufficiale, consapevole com’è che, pur in assenza di fughe in avanti, verrà il tempo in cui qualcuno dovrà chiedergli di assumere una responsabilità per conto dell’intero centrosinistra. Le sempre più frequenti partecipazioni televisive stanno lì a dimostrare come lo stesso Vendola ri-conosca l’importanza di porsi all’attenzione del grande pubblico in attesa di capire come si mettono le cose per il Governo e, di conseguenza, per il centrosinistra. Secondo molti Vendola, in caso di elezioni politiche anticipate, sarebbe la figura più adatta per rappresentare l’intero centrosinistra.

Fini e Vendola segnano entrambi punti di discontinuità rispetto all’establishment politico cui appartengono. Vendola possiede e parla un linguaggio nuovo. Diverso dal linguaggio consueto della politica. Punta alla parte emotiva di un elettorato troppo spesso demotivato che se ne sta a casa da un po' di tempo a questa parte. Fini spera di riconvertire una base elettorale di destra troppo schiacciata, a suo dire, su posizioni poco attente a valori come la legalità o la coesione nazionale. A destra Fini è il più attento a mutamenti in atto nella nostra società. A questi intende dare risposte facendo sue proposte come l’estensione del voto amministrativo agli immigrati in Italia da più tempo. Fini si sforza di rappresentare un modello di destra europea. Non a caso tra i suoi modelli rientra la destra francese di Sarkozy. Dal punto di vista organizzativo Fini conta di radicare la propria proposta politica grazie alla nuova creatura chiamata «Generazione Italia». Pur muovendosi all’interno dello spazio politico del Popolo della Libertà, Fini cerca aumentare il peso del suo progetto politico. Vendola ha sperimentato, nell’ultima campagna elettorale da presidente uscente della Regione Puglia, le cosiddette «Fabbriche di Nichi». Fabbriche sorte spontaneamente in tutta la Puglia, popolate da ragazze e ragazzi che apprezzando l’operato di Vendola si sono trasformati in suoi volontari.

L’affermazione di ogni leadership ha di per sé una rilevanza politica. L’eventuale successo di Fini nel centrodestra e la ascesa di Vendola alla guida del centrosinistra fornirebbe all’Italia uno scenario fortemente bipolarista. Fini è da tempo bipolarista convinto. Sono altrettanto note le sue posizioni a favore di un sistema presidenzialista. Senza spingerci a tanto, si può almeno dire che con Vendola assisteremmo ad una spinta da sinistra verso il centro. La sua azione di governo in Puglia testimonia uno sforzo teso a coniugare le culture politiche interne al centrosinistra non senza attenzioni per la cultura più moderata e cattolica. Tra i rischi che l’affermazione delle leadership di Fini e Vendola potrebbero servire a scongiurare c’è la confusione nella distinzione intuitiva tra destra e sinistra. Proprio il motivo per cui, secondo qualcuno, le leadership di Fini e Vendola faranno fatica ad affermarsi. I diretti interessati, intanto, hanno deciso di provarci.


Giuseppe Spadaro per Termometropolitico.it



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CULTURA
11 aprile 2010
Recensione: «I think tank. Le fabbriche di idee in America e in Europa»


La traduzione italiana più semplice di think tank è "pensatoio" o "serbatoio di pensiero". I think tank sono nati negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento per «aiutare i Governi a pensare».

Essi si muovono in un universo complesso che si colloca nello spazio tra idee, politica, media e affari dove visioni del mondo e proposte politiche competono per divenire le idee del futuro.

Tra coloro che sono riusciti meglio a sfruttare le potenzialità dei think tank, Mattia Diletti cita il caso dei conservatori americani all’epoca di Reagan. I think tank conservatori sono stati i veri custodi della dottrina conservatrice. Hanno trasformato radicalmente l’ambiente dei centri di ricerca e il loro modo di lavorare introducendo novità organizzative, un utilizzo attento dei mezzi di comunicazione, nuove strategie di marketing delle idee con l’obiettivo di creare quadri repubblicani in grado di sopravvivere alle singole amministrazioni, preparare il terreno alle successive allo scopo di farsi trovare pronti con un personale amministrativo preparato e ideologicamente orientato.

La Heritage Foundation è il think tank più ricco di Washington, con un budget intorno ai quaranta milioni di dollari. Alla ricerca si affianca un’impegnativa e dispendiosa attività di marketing che la rende simile ad un’organizzazione lobbistica. Qual è allora la differenza tra azione lobbistica e il lavoro dei think tank? Se il lobbista si occupa di ottenere il risultato (una modifica legislativa o un disegno di legge che favorisca gli interessi del cliente), il think tank lavora affinché si crei un clima culturale propizio alla suddetta modifica.

Diletti propone anche una classificazione delle diverse tipologie di think tank: le cosiddette “università senza studenti”; i centri di ricerca e di sviluppo che operano per committenza pubblica; e i partisan think tank, ideologicamente orientati.

Al contrario di quanto accade nelle università, i membri di un think tank utilizzano la ricerca per un duplice fine: influenzare la politica e le istituzioni al fine di raggiungere una posizione di dominio nel "mercato delle idee". Ad esempio, l’evento straordinario degli attacchi terroristici sul suolo americano ha aperto una finestra d’opportunità che ha permesso all’AEI (American Enterprise Institute for Public Policy Research) di spendere il capitale intellettuale accumulato in anni e anni di lavoro di ricerca.

L'autore offre una possibile definizione riassuntiva: i think tank sono «organizzazioni composte da esperti che rimangono di solito ai margini o al di fuori dell’arena politica, delle istituzioni rappresentative e dei corpi burocratici create allo scopo di condurre ricerche, proporre idee, conoscenza, informazioni e strumenti tesi a orientare o influenzare il processo decisionale di specifiche politiche pubbliche».

Il think tank svolge una funzione di promozione e marketing. È in grado di offrire ai suoi “clienti” una base culturale e normativa sulla quale fondare il proprio punto di vista. Si uniscono così valori e proposte pratiche. Cambiamenti evidenti nella vita pubblica delle nostre democrazie come la presidenzializzazione della costruzione di politiche pubbliche o la personalizzazione della politica grazie alla quale i leader stabiliscono un canale di comunicazione e persuasione diretto con gli elettori hanno contribuito a disegnare un ruolo specifico per i think tank nel mercato delle idee occidentali.

Il leader politico è il cuore di un intreccio di reti di diversa natura e diviene un punto focale di snodo tra centri di controllo di risorse, consenso, di saperi, e domande politiche. Think tank e fondazioni culturali divengono quindi strumenti per la costruzione di modelli culturali in cui aumentano sia l’informalità che la centralizzazione delle decisioni nelle mani del leader. In America come in Italia.

Giuseppe Spadaro per termometropolitico.it



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POLITICA
10 marzo 2010
Recensione del libro «La bolla» di Curzio Maltese


L’ultimo libro di Curzio Maltese ("La Bolla – la pericolosa fine del sogno berlusconiano") propone storie raccolte dall’autore in giro per l’Italia. Comincia con un parallelo tra l’Italia contemporanea e l’esperienza americana che ha visto protagonista Bernie Madoff, il più grande truffatore della finanza mondiale.


Secondo la tesi proposta da Maltese, la storia di Madoff e la gigantesca truffa da lui messa a segno è esemplificativa dei nostri giorni. Irresponsabilità e semplificazione sono gli elementi comuni tra la vicenda d’oltreoceano la vicenda politica italiana. Il suo motto – tradotto dall’inglese nella frase italiana con «falla facile, cretino» – spiega bene il senso ed il ragionamento di base. Madoff, nelle vesti di imbroglione, e gli investitori hanno avuto come unica preoccupazione l’intento di far soldi. Lo schema utilizzato è assimilabile alla cosiddetta catena di sant’Antonio.


Nel libro si passano in rassegna argomenti vari come evasione fiscale, università, condizione lavorativa dei giovani ed ambiti più generali come economia, politica e sistema dell’informazione.


A proposito dell’evasione fiscale, in un passaggio simpaticamente triste Maltese rileva che in Italia l’unica categoria disposta a collaborare alla lotta all’evasione fiscale è costituita dalle mogli tradite o dalle ex mogli lasciate con figli a carico da mantenere.


Il libro aiuta anche il lettore a scoprire parti invisibili del nostro Paese, come nel caso di Massimo Marchiori, trentottenne di casa a Padova, che ha cambiato la vita a miliardi di persone per aver inventato l’algoritmo di base dell’Hyper Search. Algoritmo da cui due giovani californiani sono partiti sino a brevettare Google e fondare l’impero che ne deriva.


A proposito di discussioni troppo spesso (con)centrate su annunci privi di approfondimenti, Maltese in un altro dei capitoli di cui “La bolla” si compone, cita il caso di Remo Calzona: autore di uno studio che confuta la progettazione del ponte sullo Stretto di Messina. La spiegazione - supportata da dati scientifici - è di tipo intuitivo. Il ponte sullo Stretto, essendo stato progettato come un ponte a campata unica, si esporrebbe alla minaccia dei venti forti per cui si renderebbe necessaria la sua chiusura per almeno cento giorni l’anno. Come se non bastasse sussistono dubbi sul fatto che un ponte così pesante, destinato dunque a sorreggere soprattutto sé stesso, possa resistere in assoluto.


Maltese denuncia l’assenza nel Paese di una degna opinione pubblica sostituita negli anni, secondo l’interpretazione dell’editorialista di Repubblica, in un pubblico di spettatori che non è più in grado di distinguere tra realtà e finzione.


“La bolla” attraversa lo stato di decadenza dell’università italiana. Si sofferma su un caso in controtendenza rispetto alla situazione più generale dell’università italiana: il dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma. Uno dei pochi vanti nel declino generale del Paese di cui nessuno parla. I professori di Fisica della Sapienza, ormai sconsolati, ammettono che «ogni qual volta assegnano un centodieci e lode è come se consegnassero un passaporto».


L’Italia è fotografata come un Paese fermo, Berlusconi come un fattore di conservazione utile tanto a sé quanto agli altri: «Nell’era dei media, dove i partiti da centri di ideologie sono diventati macchine narrative, la prima narrazione è la figura del leader, la sua stessa vita». Nell’affermazione sta tutta l’inadeguatezza dell’attuale dirigenza di sinistra. Sempre la stessa da più di quindici anni.


Giuseppe Spadaro
per Termometropolitico.it
(link articolo)



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POLITICA
16 novembre 2009
Formule magiche. Processo breve.
Inutile premessa. Il dibattito sulla giustizia degli ultimi mesi è dominato da due tesi. La sinistra, e con essa una parte del Paese, è convinta che Berlusconi ed il suo esecutivo siano alla ricerca dello strumento migliore per evitare processi ed eventuali condanne. La contro-tesi della destra vuole che i tanti processi a carico del presidente del Consiglio siano il frutto di una persecuzione giudiziaria che parte dalla necessità (politica) di indebolirne la sua forza. Ciò premesso, focalizziamoci su altro.

L'ultima proposta del centrodestra in tema di giustizia prende il nome di “processo breve”. Facciamo finta di essere elettori svincolati da convinzioni politiche e quindi di non essere preliminarmente né di destra né di sinistra; fingiamo di non capire assolutamente nulla di diritto e di funzionamento della giustizia e di non interessarci alle discussioni sui temi politici. Fingiamo quindi di trovarci nella posizione in cui si trovano milioni di italiani che non sono né di destra né di sinistra, si informano poco di politica e sono scarsamente appassionati di diritto.


Al posto di quei tanti milioni di italiani saremmo istintivamente d'accordo con l’introduzione del “processo breve” perché partiremmo dalla convinzione (veritiera) secondo cui “i processi in Italia durano troppo”. Saremmo tanto più favorevoli se, come molti italiani, fossimo impelagati in processi lunghi ed annosi per cause condominiali o inezie del genere. Saremmo d'accordo con la proposta senza conoscerla. La chiave di volta del processo di allineamento con la linea del governo sta nell'accostamento delle due parole "processo" e "breve". La formula ha un altro merito. Far passare per inutile brontolone chiunque osi mettere in discussione la bontà del "processo breve" o, ancor peggio, tenti di discuterlo nel merito.


Giuseppe Spadaro




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televisione
11 novembre 2009
Giornalismo militante compresa Raiuno
Lunedì 9 Novembre il Tg1 ha trasmesso l’editoriale del direttore Augusto Minzolini intervenuto per perorare la causa del ritorno dell’immunità parlamentare. La proposta vede favorevole il centrodestra e contrario (almeno a parole) il centrosinistra. Prima considerazione: il messaggio del direttore del Tg1 è, a tutti gli effetti, un messaggio di comunicazione politica. Si dirà che tutto è politica. Vero ma la comunicazione in questione è perfettamente in linea con i tempi della discussione politica. Come la dichiarazione di un politico della maggioranza, va in onda quando l’immunità è nell’agenda del governo. Siamo al terzo editoriale della direzione Minzolini. Prima dell’immunità ha affrontato i temi della libertà di informazione per motivare la scelta del Tg1 di non dare spazio alla discussa vicenda di Noemi Letizia. E ancor prima per esprimere la sua contrarietà alla manifestazione di piazza a difesa della libertà di informazione. Dov’è la meraviglia? Nel fatto che ognuno degli editoriali di Minzolini scatena una gran quantità di proteste? No. Il punto sta nello stile adottato. Rienta a pieno titolo in un modello di giornalismo militante. Capirai, quanto c’è n’è. Repubblica è definito mica per caso «giornale-partito», Libero e Il Giornale danno voce agli umori di una precisa parte politica. Potrei continuare con i tanti esempi della Tv. Tutto vero. In Italia esiste una gran quantità di giornalismo militante ma il Tg1 no. Prima di Minzolini il Tg1 è stato tenuto al riparo. Per una regola non scritta, nel pre-Minzolini, a dirigere il telegiornale della prima rete Rai sono sempre stati chiamati giornalisti moderati. Graditi alla parte politica di riferimento ma neppure troppo invisi agli altri. Per la stessa regola non scritta, la sinistra come la destra si sono impegnate a tenere il Tg1 fuori dalla logica dell’informazione partigiana. Come dire: lottizzare con cautela. Vediamo l’ultimo esempio. Riotta (pure accusato dagli «oltranzisti» di essere un giornalista accomodante col potere) ha mandato in video ben diciassette editoriali senza mai sollevare nessun vespaio (riferimento non casuale). Il dubbio e la domanda riguardano il futuro. Per capire se il giornalismo militante alla Minzolini resterà una parentesi nella storia della rete-ammiraglia Rai - ho scritto il pezzo per poter scrivere rete ammiraglia - o se inaugura una stagione nuova nel modello informativo del servizio pubblico. Compresa Raiuno.

Giuseppe Spadaro



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POLITICA
4 novembre 2009
Via il crocifisso ordina la sentenza della Corte europea
Una sentenza della Corte europea ordina al governo italiano di togliere il crocifisso dalle scuole perché «viola la libertà di religione e dei genitori». L’Italia annuncia ricorso e tanto basta per aprire il dibattito. Dibattito che si muove lungo due assi: laicità da un lato e identità dall’altro. La parola laicità in senso politico e sociale denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell'autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui. Chi giudica il crocifisso lesivo della libertà dei singoli riterrà giusta la sentenza.

Sono contrario a quanto stabilito dalla sentenza perché attribuisco al crocifisso un valore che  attiene al patrimonio simbolico italiano. Come troverei sbagliato identificare la storia italiana solo con le sue radici cristiane trovo altrettanto sbagliato estrometterle del tutto dalla tradizione nazionale o negare alle stesse un valore culturale. Reputo infondate le tesi per cui la presenza del crocifisso lederebbe la libertà di chi professa altre religioni. Infondate per un motivo semplice: non riconosco alla presenza del crocifisso nessun potere di condizionamento. Ognuno di noi sa, per esperienza personale, che la presenza del crocifisso non condiziona affatto le preferenze religiose e morali. Semmai, mi rendo conto, può valere un principio di sensibilità. Non emendabile, comunque, per legge.

La discussione offre lo spunto per dibattere una questione che tocca l’Italia come le altre nazioni europee. La nascita del soggetto europeo ha lasciato inevaso un punto  fondamentale. A chi compete e come ci si preoccupa di coniugare le identità culturali nazionali nella costruzione e nella identificazione culturale del soggetto Europa. Per banalizzare: chi è o cosa è Europa? L’Europa deve essere sintesi, somma o una storia nuova rispetto alle tradizioni culturali dei Paesi che ne fanno parte? L’impressione è che l’Italia viva sul punto una sindrome vittimistica. Preservando quasi per niente la nostra storia e la nostra cultura reagiamo quando avvertiamo una minaccia esterna. Dimenticando che dell'Europa siamo, o dovremmo essere,  parte integrante.

G.ppe Spadaro



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8 agosto 2009
Commento alla lettera di Vendola
Nel post precedente (vedi sotto) è pubblicata la lettera di Nichi Vendola al giudice Desirèe Digeronimo che guida l’inchiesta sulla sanità pugliese. Paolo Franchi, oggi sul Corriere, stigmatizza l’autodifesa di Vendola. Contesta i punti in cui Vendola fa riferimento alla «rete di amicizie e parentele» che a suo giudizio avrebbero dovuto indurre il pm a farsi da parte; e che, a riprova della propria purezza, rivendichi (di passaggio, ma non troppo) di non aver mai messo piede nella «festosa scena» abitata dall’imprenditore Tarantini, dove altri, compresi alcuni magistrati (quali?) sarebbero invece stati di casa. Secondo Paolo Franchi lo stile è sicuramente assai diverso, ruvido quello di Berlusconi, allusivo quello di Vendola, ma la sostanza non è poi così diversa, ed è una sostanza che inquieta. La lettera di Vendola rimanda ad una discussione affrontata dalle pagine di questo blog sul rapporto tra politica e magistratura. Interessante è anche l’aspetto comunicativo della lettera. Vendola, rispettando in pieno i criteri di going public («una prassi comunicativa che tenta di sfruttare le opportunità offerte dai media per introdurre cambiamenti nei rapporti di forza tra la presidenza, le altre istituzioni di governo e i cittadini») si appella in modo diretto all’opinione pubblica. Il presidente esercita uno stile di leadership che salta la mediazione. Quando vede appannarsi la sua posizione prende carta e penna e si rivolge ai pugliesi. Per motivare le sue scelte. Per comunicare le sue riflessioni. Così facendo prova ad orientarli sulle sue posizioni. Abituati, come siamo, ad una politica che comunica poco il registro di Vendola crea stupore  e registra inquietudine. Oggi però possiamo almeno dire di sapere cosa passa per la testa di chi ci amministra. Con buona pace dei giochi-del-silenzio.

Giuseppe Spadaro




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POLITICA
28 giugno 2009
Dal Lingotto al Congresso. Col terzo candidato.

Dopo i ballottaggi di Domenica e Lunedì è iniziata, per il partito democratico, la fase pre-congressuale. Il primo a candidarsi - a segretario - è stato Bersani. Anche Franceschini, successore di Veltroni, ha fatto sapere di correre per la riconferma. Ieri, Sabato 27 Giugno, il gruppo da cui potrebbe scaturire la terza candidatura ha organizzato al Lingotto di Torino un’assemblea in vista del prossimo congresso. Il gruppo dei “Piombini” (dal luogo dove si è tenuto il primo incontro) è composto di  diverse personalità. Ne fanno parte Pippo Civati, Luca Sofri, Sandro Gozi, Paola Concia, Ivan Scalfarotto, Marta Meo, Debora Serracchiani. Insieme per liberare il partito dai complessi del passato. Insieme per provare a svecchiare il partito.

L’idea dei "piombini" è di promuovere la candidatura a segretario di Sergio Chiamparino. Il sindaco di Torino porterebbe un notevole valore aggiunto. Permetterebbe di aprire un fronte competitivo con gli altri due. In caso di rifiuto di Chiamparino sono al vaglio altre candidature. Debora Serracchiani, salita mesi fa agli onori della cronaca, eletta europarlamentare. Inciso: dal vivo ho confermato l’impressione che c’è qualcosa di lei che non mi convince. Pippo Civati, anni trentaquattro, ispiratore del gruppo. Consigliere regionale lombardo sarebbe per profilo la scelta più coerente. Difetta però di popolarità nazionale per cui rischia la fine dell’outsider dallo zero virgola qualcosa. Ignazio Marino: candidatura di livello. Ieri, nel suo intervento, ha posto l’accento sul tema dei diritti civili. Ha ribadito la necessità per il partito di avere posizioni chiare su temi fondamentali come sul caso di Eluana Englaro.

Cosa non convince di Franceschini e Bersani?
Franceschini: con la sua guida si riproporrebbe il problema che ha causato l’ingloriosa uscita di scena di Veltroni. Avrebbe difficoltà nel prendere posizioni a causa delle diversità di veduta dei gruppi che lo sostengono. Tranne la distinzione tra vecchio e nuovo, dove lui sarebbe il nuovo, non riesce a dire altro. Ieri ha detto: “dobbiamo discutere e decidere”. Tanto piacere. Bersani: ha idee più definite. Durante la gestione Veltroni ha coniato, con accezione negativa, l’espressione di partito liquido. Vorrebbe quindi organizzare un partito radicato sul territorio. Domanda: cosa differenzierebbe il Pd dalle passate esperienze finto-socialdemocratiche italiane come Pds e Ds? La spina dorsale del gruppo Bersani sembra identica, anche negli uomini che la rappresentano nei territori, alle passate esperienze. A chi risponderebbe meglio così c'è da obiettare che con le vecchie formule non si è mai superato il venti per cento. Il Pd è nato per andare oltre. Qui si apre il tema-alleanze su cui ci sarebbe da discutere. Con Bersani stanno cattolici-democratici come Enrico Letta con cui la sintonia è affinata su temi di natura economica.

Perché una terza candidatura?
Con più proposte qualificate si favorirebbe una chiarezza di identità. A congresso concluso sapremmo chi siamo e cosa vogliamo. Seconda ragione, altrettanto importante. Va sottratto il partito ad un dualismo dannoso per tutti. Nei prossimi giorni se ne saprà di più. Per ora è bene mettere in risalto la vivacità del dibattito. Si attendono le piattaforme programmatiche con cui valutare con attenzione le varie proposte. In assenza di una terza autorevole candidatura la scelta, per me, cadrebbe sull'opzione di partito di sinistra. Perché il partito democratico è il partito della sinistra italiana. Contribuiamo a renderlo un moderno partito di sinistra. E il gioco è fatto.

Giuseppe Spadaro




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