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DIARI
26 novembre 2009
"Vita" da campo Part 2 - Dal Libano
....Condizione dei rifugiati Palestinesi in Libano. Con la lettera maiuscola perché anche se qualcuno non vuole riconoscere, se altri fanno finta di niente e tanti altri si girano dall’altra parte sono un Popolo come noi:

1) esistono 4 campi a Beirut ed altri 8 sparsi a nord e sud del Libano per una popolazione “censita” di circa 500.000 persone;
2) non hanno un vero documento d’identità dato che non hanno uno Stato di fatto (l’Autorità Palestinese tra le sue mille contraddizioni interne non è nulla di assimilabile ad uno Stato Sovrano) e il governo libanese che li ospita da circa 30 anni non li ha riconosciuti in nessun modo come cittadini e gli concede una specie di documento provvisorio che viene dato e rinnovato in maniera molto irregolare e condizionata, frutto anche delle difficoltà politiche interne dello stesso Libano; 3) hanno diritto all’educazione scolastica (81 scuole in totale di cui 6 secondarie più 2 centri di avviamento professionale) e alle cure sanitarie di base (29 strutture in totale di cui 23 attrezzate per fornire prestazioni odontoiatriche e 17 con laboratorio per le analisi) all’interno delle strutture apposite dell’ONU (in particolare è l’UNRWA che si occupa di loro), strutture quasi sempre all’interno dei campi (ghetto sarebbe la parola migliore ma non sarebbe political correct); 4) hanno diritto all’istruzione superiore presso università libanesi o straniere presenti in Libano presso qualsiasi facoltà; 5) non hanno diritto ad esercitare la maggior parte delle professioni per le quali possono studiare pagando, specialmente quelle di medico, ingegnere, architetto per le altre le possibilità sono davvero limitate; 6) non hanno diritto ad esercitare anche professioni meno specializzate tra le quali quella di taxi driver; 7) non hanno diritto ad acquistare o affittare una casa al di fuori del campo; 8) non possono circolare in modo davvero libero all’interno del Libano se non muniti di apposito documento (vedere punto 2) e non possono uscire fuori dal Libano se non in casi eccezionali per due motivi principali: - non possono tornare nei Territori Okkupati (Israele non permette il rientro dei rifugiati nei Territori e l’Autorità Palestinese in realtà non saprebbe dove metterli data l’esigua superficie ad oggi concessagli dalla potenza occupante) - nel resto del mondo le leggi sull’immigrazione sono diventate particolarmente restrittive anche nella nostra vecchia, educata e civile Europa, anche nel caso, come questo, si tratti di rifugiati. I dati sopraccitati non sono né schiaccianti, né probanti, né accusatori, né definitivi, né altro. Sono solo dati. Riflettiamo.

Giulio Doronzo





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DIARI
10 novembre 2009
"Vita" da campo Part 1 - Dal Libano
...Sono circa le 10 del mattino e il nostro minivan con a bordo una specie di scolaresca variegata, composta da giovanissimi studenti italiani e dai loro accompagnatori, dopo aver solcato le strade assolate e semideserte di Beirut si ferma in una stradina asfaltata controvoglia. Davanti a noi si staglia come una piccola e moderna roccaforte medievale il Campo Profughi Palestinesi di Mar Elias. A darci il benvenuto un ragazzo dalle fattezze tipiche mediterranee e dall’apparenza scanzonata che ci fa strada nel dedalo di viuzze ricavate dal poco spazio rimasto tra alcune approssimative costruzioni e altre ancora più approssimative. Il comitato di accoglienza è composto da un gruppetto nutrito e variopinto di bambini con maglie di squadre di calcio indossate con orgoglio nonostante l’evidente usura del tempo che le contraddistingue. Questi provetti Eto'o (scusate se sono interista) in erba giocano a rincorrersi poiché nello spazio a loro disposizione non si può giocare a calcio e tutto sommato sembrano felici e vagamente spensierati dato che da più di due anni non ricevono grossi regali a forma di confetti adulti dal cielo. La nostra guida ci fa strada tra gli occhi incuriositi dei presenti che di certo di gente occidentale ne vede tanta tutti i giorni da circa 60 anni ma forse mai di domenica, perché quella è la giornata dedicata al Signore. Non ha realmente importanza sotto che fattezze sia rappresentato, di certo si deve essere distratto un attimo e si è dimenticato di loro e purtroppo di qualche altro miliardo di persone nel mondo (scusate se quando vedi cose così la fede vacilla). Entriamo in una specie di negozietto tipo “La Lena” di fronte alla scuola elementare R. Musti (scusate se sono di Settefrati – quartiere di Barletta) e da lì accediamo ad un cortile usato anche da deposito che ci dà accesso alla casa dove ci aspetta una famiglia palestinese come tante che ci accoglie in casa ci offre la colazione e ci parla della loro situazione e un po’ della storia che li ha portati lì a Mar Elias. Vorrei trasmettervi la mia amarezza nell’ascoltare i loro discorsi, vorrei trasmettervi la mia tristezza nel camminare in un dedalo di via che non dà spazio alla luce del sole e alla speranza, vorrei trasmettervi la mia gioia nel vedere come tutto sommato la gente lì continua a “vivere” e a sorridere ma non riuscirei ad essere né imparziale né comunicativo al punto giusto pertanto mi limiterò ai fatti (scusate se ho studiato economia). Ma non adesso…

Giulio Doronzo




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politica estera
16 febbraio 2009
Rompicapo post-elettorale in Israele

Dopo l’operazione “Piombo Fuso” sulla striscia di Gaza e il probabile accordo sul cessate il fuoco di 18 mesi con Hamas, nemico che si è tentato di decapitare con dubbi risultati e metodi palesemente eccessivi e fuori dalle regole di qualsiasi basilare principio di Diritto Internazionale, vi era molta attesa per le elezioni legislative israeliane. Ad una settimana da queste possiamo constatare con delusione ed amarezza che il pasticcio è stato completato attraverso una votazione che ha espresso una rappresentanza scivolata inesorabilmente verso posizioni di destra oltranziste laiche (Ysrael Beitenu 15 seggi) o religiose (Shas 11 seggi) che siano e frammentata a tal punto da rendere complicatissimo il lavoro di costituzione di un nuovo esecutivo, anche alla luce della difficile conciliazione dei due egocentrici vincitori, da un lato la Livni (Kadima 28 seggi) che in una sorta di pizzino ha scritto all’attuale capo del governo Olmert che non accetterà mai di essere la numero due di un qualsiasi governo presieduto dal rivale elettorale Netanyahu (Likud 27 seggi) che dal canto suo si è dichiarato sin da subito l’unico in grado di poter formare un nuovo esecutivo. Le prossime 5 settimane, tempo utile secondo le leggi israeliane per formare un nuovo esecutivo e scongiurare l’ipotesi di nuove elezioni anticipate, saranno importantissime per capire quali scenari futuri dovremo aspettarci. In maniera molto pragmatica ma anche molto realistica, tenendo sempre presente che spesso la realtà supera la fantasia possiamo abbozzare quanto segue:
-  Costituzione di un governo di unità nazionale sulla scia di quello uscente tra i due partiti maggioritari e il Labour (13 seggi) di Ehud Barak, vero sconfitto della tornata elettorale insieme allo schieramento della sinistra intellettuale (Meretz 3 seggi) e allo sfaldamento completo del Peace Camp che negli anni ’90 insieme al leader laburista Rabin aveva accarezzato il sogno di una pace definitiva e duratura;
-    Costituzione di un governo sbilanciato a destra, coalizzando intorno ai due partiti maggioritari il partito radicale di Ysrael Beitenu capeggiato dal settler Avigodor Liebermann che ha ottenuto consensi spopolando tra i giovani e giovanissimi con la teorizzazione di rioccupare tutti i territori palestinesi e le alture del Golan senza escludere la possibilità di attaccare l’Egitto e buttare a mare tutti i Palestinesi;
-    Costituzione di un governo di estrema destra con coalizione tra Likud, Ysrael Beitenu, Shas, United Torah Judaism e National Union (5 e 7 seggi).

Appare evidente come nessuna di queste tre formazioni sia in grado di condurre il paese ad affrontare le 3 grandi sfide attuali e future: crisi economica globale, crisi di sicurezza strutturale irrisolvibile senza la volontà di raggiungere una pace stabile e duratura con i vicini arabi, a patto che anch’essi lavorino in tal senso, crisi politica ed istituzionale da affrontare con adeguate riforme dell’intero sistema che impediscano il ripetersi di situazioni post elettorali come questo.
È altrettanto evidente che come spesso accade in situazioni simili, sarebbe auspicabile la soluzione “meno peggiore” in grado di poter almeno dialogare e farsi “influenzare” dalla nuova politica di Barack Obama nei confronti dell’area mediorientale, o quantomeno non ostacolarla apertamente rischiando di far naufragare sul nascere la missione di Mitchell (inviato speciale della Casa Bianca in Medioriente) nella dinamica di normalizzazione dei rapporti tra US e Iran, alla luce anche delle imminenti “elezioni” in quest'ultimo Paese.

Giulio Doronzo




permalink | inviato da murocontromuro il 16/2/2009 alle 15:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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febbraio