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POLITICA
10 ottobre 2009
A domanda, risposta di Paola Nasca
Per quale motivo la Consulta non poteva ai tempi del lodo Schifani affermare la necessità della legge di revisione costituzionale?
Tra le mille polemiche che ha suscitato la bocciatura del lodo Alfano, tutti ormai chiedono (per primo lo stesso ministro Alfano sigh) per quale motivo ai tempi della decisione del lodo Schifani, la consulta non avesse suggerito al Parlamento che per legiferare in tema di immunità del Presidente del Consiglio servisse la legge di revisione costituzionale. Secondo l'art. 28 della legge costituzionale 87\1953 "Il controllo di legittimità della Corte Costituzionale…esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento" cosicché alla luce del dettato dell'articolo 134  della  Costituzione che circoscrive il sindacato della Corte alla legittimità costituzionale, è escluso ogni controllo nel merito delle scelte compiute dal Parlamento. Alla Corte Costituzionale viene chiesto se una determinata legge violi o meno determinati articoli della Costituzione e non può in sentenza decidere in relazione a ciò che non è stato chiesto. Adendo la Corte Costituzionale si lamentano vizi sostanziali o materiali che riguardano la violazione da parte di una o più disposizioni della legge impugnata, di precetti, principi costituzionali e la violazione di specifiche regole costituzionali. Quando si interroga la Corte “incidentalmente” (ovvero nel caso in cui applicando la legge gli operatori di giustizia si rendano conto che essa viola la Costituzione) si chiede se la legge impugnata leda o meno determinati articoli della costituzione e non è possibile che in sentenza venga detto altro se non la risposta al quesito formulato, tantomeno è possibile che la Consulta possa dire al Parlamento “quello che dovrebbe fare”.

Paola Nasca



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POLITICA
12 settembre 2009
Un grazie sentito alla stretta voluta dalla Regione Puglia in materia di Piano Casa - Comune di Barletta
Il Governo, unico e solo legislatore di questo Paese svuotato dei Poteri dello Stato, sventolando un Piano che non gli appartiene (dato che i 550 milioni di euro tirati fuori dal cilindro li aveva messi da parte Bersani in tempi passati), ha comodamente pensato di risolvere il problema della “casa”. Forse però bisogna prima accordarci su quello che significhi per lui e quello che sia il problema realmente perchè il Presidente del Consiglio riassume che “chi ha una villa potrà aggiungere uno o due stanze”, ed in effetti è esattamente così. Nelle previsioni governative i comuni possono autorizzare, "in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" ovvero in senso esattamente contrario alle norme che disciplinano il settore, l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 30% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se invece è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un "corpo edilizio separato avente però carattere accessorio", il che vuol dire l'intenzione del Governo di garantire, il “fate quello che volete”, pensando anche a risolvere quelle situazioni che siano sfociate nella contestazione di un abuso edilizio. Per costoro infatti è previsto un "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato" Gli abusi di minore entità come l’apertura di finestre o la chiusura di una veranda verranno puniti con sanzioni amministrative. Per quelli più gravi, comprendenti la costruzione di edifici non a norma, è previsto l’arresto da 2 a 3 anni. Allo studio il ravvedimento operoso, con la possibilità di estinguere l’illecito a seguito di un accertamento di conformità e compatibilità ambientale. La disciplina in questione ha fatto in modo che insorgessero anche famosi architetti (Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti), ovvero coloro che in effetti traggono profitti dal piano casa dato si sostituiscono completamente alla pubblica amministrazione consentendo attraverso la semplice D.I.A. (dichiarazione di inizio attività) la realizzazione dell' ampliamenti, hanno infatti contro i loro stessi interessi pubblicato un appello contro l’iniziativa del Governo; agli stessi ha risposto con veemenza Vittorio Sgarbi precisando: “il sussulto viene da alcuni dei principali responsabili degli orrori che hanno sfigurato il volto delle nostre città e del paesaggio”, come se la risposta del caso sembri adeguata alla contestazione. Ma si è registrato persino l'insorgere del sindacato inquilini casa e territorio che lamenta come “in un Paese, l’Italia, fanalino di coda tra i paesi europei per la spesa sociale in materia abitativa, con circa 54.000 famiglie sfrattate nel 2008, a cui si aggiungono 117.000 richieste di esecuzione degli sfratti decretati negli anni precedenti, con oltre 650.000 famiglie utilmente posizionate nelle graduatorie comunali per le case popolari il cui reddito annuo è inferiore a € 14.000, il Governo propone un Piano Casa che non affronta neanche lontanamente il bisogno e la difficoltà abitativa. Non propone una legge sulle locazioni private per abbassare il prezzo degli affitti e scongiurare gli sfratti per morosità, al contrario riduce la dotazione del Fondo sostegno all’affitto dell’anno in corso e lo ridurrà ulteriormente nei prossimi anni.” Per fortuna il Presidente della Repubblica da ultimo ha ricordato quali siano i profili di incostituzionalità del decreto che sarà emanato la prossima settimana, chiedendo e che siano messe nero su bianco, nel decreto, prerogative e competenze delle regioni per evitare abusi nella gestione delle norme straordinarie per l'edilizia, materia di natura costituzionale 'concorrente'. Il decreto conterra' indicazioni di massima che poi le Regioni saranno libere o meno di adottare con un piano locale. Altra voce ha sollevato Napolitano il quale ha chiesto che sia stabilito con chiarezza da subito il raccordo tra la scadenza degli interventi stabiliti per decreto e le norme che regolano la materia, che saranno inserite in un disegno di legge cornice per il riassetto del testo unico dell'edilizia. Alle regioni, d’intesa con gli enti locali, spetta dunque il compito di elaborare, nel rispetto degli indirizzi generali fissati dallo Stato ed entro i finanziamenti assegnati, i programmi di edilizia residenziale. Napolitano ha invitato quindi il Presidente Berlusconi a farsi carico di approfondire tutti gli interessi concorrenti. Sarebbe stato infatti preferibile investire del tempo per giungere a un testo coordinato ed evitare lo scontro con le Regioni, che offrono risposte diverse alle proposte del Governo. Dopo il Veneto, che ha già approvato un testo di legge su riqualificazione degli immobili e aumento delle cubature, anche Torino ha suggerito di alzare di un metro i sottotetti a condizione che siano usati materiali ecocompatibili. La Regione, che ha il definitivo compito di stabilire le modalità di attuazione nelle singole realtà locali del piano casa, per fortuna, proprio sotto ferragosto ha vietato che si compiesse lo scempio arginando in ogni modo la portata invasiva del piano casa e stringendolo attorno a moltissimi vincoli che impediscono la violazione di quasi tutte le disposizioni in materia di edilizia.
La Regione Puglia promuove la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici che possono dunque essere ampliati, nel limite del 20 per cento della volumetria complessiva, e comunque per non oltre 200 m3, gli edifici residenziali e quelli di volumetria non superiore a 1.000 ma solo per i volumi legittimamente realizzati e nel pieno rispetto delle altezze massime e delle distanze minime previste dagli strumenti urbanistici. L’ampliamento deve essere realizzato conformemente alle norme di attuazione della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico in edilizia, inoltre sono ammessi interventi di demolizione e ricostruzione di edifici destinati a residenza almeno in misura pari al 75 per cento della volumetria complessiva, con realizzazione di un aumento di volumetria sino al 35 per cento di quella legittimamente esistente. Gli interventi di ricostruzione devono essere realizzati nel rispetto delle altezze massime e delle distanze minime previste dagli strumenti urbanistici. In mancanza di specifica previsione in detti strumenti, si applicano altezze massime e distanze minime previste dal d.m. lavori pubblici 1444/1968., l’incremento volumetrico previsto al comma 3 si applica a condizione che la ricostruzione venga realizzata secondo i criteri di edilizia sostenibile indicati dalla legge regionale 10 giugno 2008, n. 13 (norme per l’abitare sostenibile), Gli immobili interessati dagli interventi devono risultare, alla data del 31 marzo 2009 regolarmente accatastati presso le agenzie del territorio, gli interventi sono inoltre vincolati al rispetto delle normative tecniche per le costruzioni con particolare riferimento a quelle antisismiche. Gli ampliamenti sono consentiti previo versamento al comune di una somma pari al costo base di costruzione per metro quadrato di spazio per parcheggi da reperire. Tale somma deve essere vincolata alla realizzazione di parcheggi da parte del comune. Non è ammessa inoltre la realizzazione degli interventi sugli immobili definiti di valore storico, culturale e architettonico dagli atti di governo del territorio, sugli immobili di interesse storico vincolati ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio, sugli immobili ubicati in area sottoposta a vincolo paesaggistico, nei siti della Rete Natura 2000 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, nelle aree protette nazionali, nelle oasi istituite ai sensi delle norme per la protezione della fauna selvatica, per la tutela e la programmazione delle risorse faunistico-ambientali e per la regolamentazione dell’attività venatoria nelle zone umide tutelate a livello internazionale dalla Convenzione relativa alle zone umide d’importanza internazionale, soprattutto come habitat degli uccelli acquatici, firmata a Ramsar il 2 febbraio 1971 e resa esecutiva dal decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976, n. 448; negli ambiti dichiarati ad alta pericolosità idraulica e a elevata o molto elevata pericolosità geomorfologia. I comuni, con deliberazione del Consiglio Comunale possono inoltre adottare l'esclusione di parti del territorio comunale dall'applicazione delle disposizioni del piano casa in relazione a caratteristiche storico-culturali, morfologiche, paesaggistiche e alla funzionalità urbanistica, si può ulteriormente decidere la perimetrazione di ambiti territoriali nei quali gli interventi previsti possono essere subordinati a specifiche limitazioni o prescrizioni, quali, a titolo meramente esemplificativo, particolari limiti di altezza, distanze tra costruzioni, arretramenti dal filo stradale, ampliamenti dei marciapiedi. E' facile quindi notare come per volere delle disposizioni regionali non sia consentito niente se non l'ampliamento di qualche villa residenziale già presumibilmente abbastanza grande. Ma nonostante ciò il Governo ha finanziato il piano inizialmente con 200 milioni e si impegnerà a reintegrare interamente il fondo fino ad arrivare ai 550 milioni di euro previsti, risolvendo così l'emergenza abitativa del Paese.


Paola Nasca




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20 marzo 2009
Sul piano casa
Il Governo, unico e solo legislatore di questo Paese svuotato dei Poteri dello Stato, sventolando un Piano che non gli appartiene (dato che i 550 milioni di euro tirati fuori dal cilindro li avevano messi da parte Di Pietro, Ferrero e Bersani) ha comodamente pensato di risolvere il problema della “casa”. Forse però bisogna prima accordarci su quello che significhi il problema realmente perchè il Presidente del Consiglio riassume che “chi ha una villa potrà aggiungere uno o due stanze”. Infatti il Sindacato inquilini casa e territorio insorge: “in un Paese, l’Italia, fanalino di coda tra i paesi europei per la spesa sociale in materia abitativa, con circa 54.000 famiglie sfrattate nel 2008, a cui si aggiungono 117.000 richieste di esecuzione degli sfratti decretati negli anni precedenti, con oltre 650.000 famiglie utilmente posizionate nelle graduatorie comunali per le case popolari il cui reddito annuo è inferiore a € 14.000, il Governo propone un Piano Casa che non affronta neanche lontanamente il bisogno e la difficoltà abitativa. Non propone una legge sulle locazioni private per abbassare il prezzo degli affitti e scongiurare gli sfratti per morosità, al contrario riduce la dotazione del Fondo sostegno all’affitto dell’anno in corso e lo ridurrà ulteriormente nei prossimi anni.” Si prevede dunque che i comuni possono autorizzare, "in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 30% della superficie se sono destinati ad altri scopi.

Si può cementificare il 20% in più proprio dove il piano regolatore generale afferma che edificare è contro legge. Buttiamo all'aria il piano regolatore generale e costruiamo dove ci pare e piace, senza regole, senza vincoli, senza che nessuno possa lamentare violazioni di distanze, di norme antisismiche e di sicurezza... eh si perchè la sicurezza passa anche dal rispetto delle regole urbanistiche. In tempi di riscaldamento globale ci dobbiamo guardare da alluvioni, smottamenti e problemi di assetto idrogeologico. Il piano regolatore generale serve anche a stabilire dove come ed in che misura si può costruire. Lo stabiliscono assieme Comune e Regione, perchè i cittadini non siano esposti a catastrofi, e se stabiliscono una misura, c'è di sicuro un motivo perchè non si sia previsto un venti per cento in più. La Regione dovrebbe anche farsi promotrice della sostituzione e del rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989. L'aumento di cubatura previsto qui è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Stessa solfa quindi, ad essere delegittimato non è più il Comune ma la Regione. Insorgono anche famosi architetti (Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti), ovvero coloro che in effetti traggono profitti dal piano casa, i quali hanno pubblicato un appello contro l’iniziativa del Governo.

Questa realizzazione del 20 % in più è affidata proprio ad architetti, tecnici e progettisti i quali hanno ora tutto il potere di sostituirsi alla pubblica amministrazione che non può più dir nulla sull’opportunità degli interventi edilizi, consentendo loro attraverso la semplice D.I.A. (dichiarazione di inizio attività presentata al Comune da chi intende realizzare la costruzione) di soddisfare le voglie della “stanza in più”. Fiumi di giurisprudenza, studi, dottrine di ogni colore hanno ribadito che la d.i.a. è lo strumento per realizzare piccolissimi interventi edilizi che non modificano in nessun modo l’assetto della costruzione, al contrario per ogni tipo di modifica strutturale, anche la più piccola , è necessario il rilascio del permesso a costruire (ex concessione edilizia) che presuppone la valutazione del Comune sulla fattibilità dell’ampliamento anche in ossequio al piano regolatore generale ed alle norme tecniche che lo disciplinano. Ma questo potere di valutare l’opportunità degli ampliamenti ora non esiste più… si faccia tutti quello che si vuole.

Per fortuna il Presidente della Repubblica da ultimo ha ricordato quali siano i profili di incostituzionalità del decreto che sarà emanato la prossima settimana, chiedendo e che siano messe nero su bianco, nel decreto, prerogative e competenze delle regioni per evitare abusi nella gestione delle norme straordinarie per l'edilizia, materia di natura costituzionale 'concorrente', ovvero disciplinata da stato e regioni senza che uno possa legiferare più dell’altro.  Secondo Napoletano è infatti preferibile investire del tempo per giungere a un testo coordinato ed evitare lo scontro con le Regioni, che offrono risposte diverse alle proposte del Governo. Alla luce dei chiarimenti presidenziali il d.l., di immediata applicazione, dovrebbe contenere anche le norme di deregulation del settore e di revisione dei reati contro la tutela del paesaggio, sempre nell’ottica del “si faccia ciò che si vuole”, ormai siamo sin troppo abituati allo scempio ambientale ed urbanistico da non pensare che si possano percorrere strade diverse.

Paola Nasca




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POLITICA
2 febbraio 2009
Come e perchè eliminare le intercettazioni
In linea con il modus operandi cui ci ha abituati, il governo, per sopire le polemiche, ha lasciato intatto il novero dei reati per i quali si può disporre un'intercettazione telefonica, intervenendo su una piccola, insignificante parola. Sino ad oggi l'art. 267 del codice di procedura penale prevede che l'autorizzazione ad eseguire le intercettazioni "è data con decreto motivato quando vi sono gravi indizi di reato". Il testo che il governo si accinge a presentare, invece, richiede che dai gravi indizi di REATO si passi ai gravi indizi di COLPEVOLEZZA. Il mutamento di una parola consente al governo di abrogare di fatto le intercettazioni.

I gravi indizi di colpevolezza sono infatti lo stesso parametro che si richiede per l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare. Ne discende, pertanto, che per poter intercettare qualcuno occorrerà avere un quadro indiziario già pronto e consolidato. Questo eliminerà del tutto la possibilità di utilizzo delle intercettazioni, perché nel momento in cui il PM dispone di gravi indizi di colpevolezza può già chiedere la custodia cautelare o rinviare a giudizio. La manovra, pertanto, più grave e restrittiva di quella paventata in precedenza. Oggi, se il PM sospetta che una banda di malfattori sia autrice di un reato, perché ad esempio è stata vista all'ora del reato nei pressi del luogo in cui lo stesso si è consumato, dispone le intercettazioni per ricavarne elementi di prova contro la banda. Con la riforma, invece, per poter chiedere le intercettazioni dovrebbe già avere un rilevante grado di certezza, tale da giustificarne l'arresto. Le intercettazioni diventano quindi inutili.


Per tentare di far avvertire come urgente la necessità della riforma, Il capo del governo e i suoi colleghi - non ultimo il buon Rutelli - sfornano la bufala dell'archivio Genchi. "Un signore ha messo sotto controllo 350 mila persone" ha affermato Berlusconi, parlando del "più grande scandalo della Repubblica" (addirittura superiore alle sue leggi sulla giustizia?!?). Ebbene, il cittadino medio, risvegliato dal torpore della visione del Grande Fratello, sentendo il capo del governo fare queste affermazioni si convincerà che ci sia una persona in grado di intercettare centinaia di migliaia di persone. La mistificazione è compiuta. Genchi, in realtà, nella qualità di consulente tecnico di molte procure, tra cui quella di Catanzaro dalla quale è partito lo scandalo, viene autorizzato dal P.M. ad acquisire i TABULATI telefonici di un soggetto indagato. Ovviamente, nel momento in cui il tabulato è acquisito, da esso risultano solo dei numeri telefonici. Il passo successivo è individuare le utenze "rilevanti", es. quelle con le quali l'indagato ha contatti più frequenti oppure quelle con le quali vi sono contatti in orari "sospetti", e chiedere ai gestori chi sia l'intestatario di quel numero. Ecco quindi che tali informazioni vengono inserite in un programma elettronico, che crea quindi il famoso archivio: compito di questo programma è quello di incrociare le varie telefonate. Esempio: l'utenza dell'indagato, nell'arco di un mese, effettua 500 telefonate verso 300 diversi numeri. Il programma consente di ricostruire i rapporti telefonici tra l'utenza controllata ed un'altra, ricostruendo quante volte e quando ci siano stati contatti tra le due utenze. Questo, ovviamente, è di importanza essenziale per capire i contatti ed i rapporti dell'indagato. Ove si consideri che Genchi fa questo lavoro da trent'anni e che nell'inchiesta di Catanzaro venivano tenuti d'occhio parecchi personaggi di un certo rilievo istituzionale, che pertanto hanno un traffico telefonico elevatissimo e contatti con tantissime persone, anche molto in vista, si capisce perché nel c.d. archivio siano finiti i numeri ed i nomi di persone importanti.

Questo fa Genchi. Il quale, si badi bene, non conosce neppure una parola di quello che quelle persone si dicono nelle telefonate; non ne conosce neppure la voce; e questo per il semplice motivo che Genchi lavora su fogli di carta chiamati tabulati e non sulle registrazioni delle telefonate.
L'occasione però era troppo ghiotta per non coglierla al volo e strumentalizzarla per calare la mannaia sull'unico strumento che la politica non può manipolare: le intercettazioni. Ma, come di consueto, basta andare alla radice. Eliminiamole.

Paola Nasca




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politica interna
8 gennaio 2009
Mastercard ringrazia il Governo per i generosi doni

Mentre nell’America più indebitata dell’Italia, Bush ed Obama varano un piano straordinario da 500 miliardi di dollari per creare 2,5 milioni di posto di lavoro, Gordon Brown in Inghilterra abbatte l’Iva di 3,5 punti, Francia e Germania adottano politiche economiche straordinarie per attenuare gli effetti di una crisi straordinaria, in Italia Governo e ministro dell’economia, si ostinano a fronteggiare la crisi con la dell’elemosina elargita a mezzo della social card, con 450milioni di euro l’anno.

Adusbef e Federconsumatori, hanno invitato ancora una volta il Governo ad avere il coraggio di affrontare la gravissima crisi con provvedimenti economici straordinari, quali la detassazione delle tredicesime, un bonus fiscale di 1.500 euro sui redditi sotto i 25.000 euro, un abbattimento dell’Iva di 3,5 punti per un biennio, gli investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca, il finanziamento di un piano casa, perché è da miopi elargire 20 miliardi di euro ai banchieri, e stanziare meno di 4 miliardi alle famiglie (che hanno perso 1.800 euro di potere di acquisto solo nel 2008) ed alle imprese.

La carta è destinata ai cittadini residenti con oltre 65 anni e reddito inferiore ai 6 mila euro e alle famiglie, con lo stesso reddito, in cui ci sia un bambino sotto i tre anni La carta è un vero e proprio bancomat e quindi occorre che il negoziante abbia il Pos, facile immaginare che i pensionati non possano utilizzarla per comprare il pane nei panifici della città sotto casa, o per fare la spesa nei mercati rionali che spesso hanno prezzi più bassi dei supermercati. Anche i negozianti che hanno il bancomat con difficoltà accoglieranno piccoli pagamenti con la carta sociale, perché il circuito di pagamento costa all´esercente il 2 per cento dello scontrino. Fatto sta che il Tesoro sta ancora completando gli accordi con le catene della grande distribuzione che aderiranno per la vendita di alimentari, pertato è facile immaginare che ne siano esclusi a priori i piccoli esercizi commerciali.

Il ministro Tremonti stesso ha ammesso che il meccanismo per l'attribuzione della carta «è un po' complicato», precisando però che «non c'erano modi diversi» per attribuirla «a chi ne avesse bisogno», Nulla a che vedere con quanto aveva fatto il vecchio Governo Prodi che, i soldi ai meno abbienti, li aveva dati e basta, senza nemmeno chiedergli di alzarsi dalla poltrona per sottoporsi ad inteminabili file prima ai c.a.f. per ottenere i modelli da compilare e poi alle Poste per la consegna dei modelli stessi, previa allegazione di certificazione varia.

Scelta ovvia quella del Ministro Tremonti, di percezione, di immagine... se i soldi agli aventi diritto fossero stati accreditati in busta paga o sulla pensione, nessun beneficiario avrebbe di certo apprezzato quei fantastici € 1,3 in più al giorno. Tutt'altro invece è avere piena coscienza di aver “guadaganto” la social card, la cui estetica dovrebbe anche far riflettere... forse il Governo voleva che anche chi non ha la carta di credito potesse sentirsi ricco strisciando qualcosa al supermercato??? L'ebbrezza dell'uso della carta di credito fa di certo sentir meglio!

La Carta deve essere usata esclusivamente dal titolare che è tenuto ad apporre la propria firma nell'apposito spazio sul retro della carta all'atto della ricezione della stessa. Si immaginino le sceneggiate alle casse dei centri commerciali che avranno per protagonisti i titolari della social card., inoltre è richiesta l'apposizione sulla ricevuta emessa dal POS della firma del titolare, conforme a quella apposta dallo stesso sul retro della carta. Gli esercizi commerciali potranno a questo punto richiedere l'esibizione di un valido documento di riconoscimento. Perciò, "poveri beneficiari" preparatevi alla gogna quando sarete, con i vostri amici, nemici, e vicini di casa, in fila alle casse di un supermercato convenzionato. Il cassiere, dopo aver verificato la conformità della firma e letto il vostro nome e cognome sulla carta d'identità, saprà, come sapranno tutti i presenti, del vostro stato di indigenza.

Si pone ora una semplicissima domanda: perchè mai riservare la social card solo ai cittadini italiani? Perché i cittadini stranieri, che lavorano regolarmente e pagano le tasse, non dovrebbero avere accesso a tale agevolazione? A tal proposito si è espresso anche il commissario europeo alla giustizia, la libertà e la sicurezza Jacques Barrot il quale ricorda infatti che «a norma dell'articolo 11, paragrafo 1, lettere d) e f) della direttiva 2003/109/CE il soggiornante di lungo periodo gode dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda: le prestazioni sociali, l'assistenza sociale e la protezione sociale ai sensi della legislazione nazionale», nonché «l'accesso a beni e servizi a disposizione del pubblico e all'erogazione degli stessi, nonché alla procedura per l'ottenimento di un alloggio». Dunque, sostiene il responsabile Ue, «le richiamate disposizioni escludono dal loro ambito di applicazione qualsiasi possibilità che uno Stato membro conceda particolari privilegi ai propri cittadini senza concederli anche ai soggiornanti di lungo periodo sul suo territorio». L'unica spiegazione giustificatrice dell'operazione è quella delle ragioni di Mastercard che, da questa simpatica operazione, guadagnerà l'altrettanto simpatica cifra di 7,5 milioni di euro.

Le commissioni: la società di gestione (Mastercard) percepirà l'1% su ogni acquisto. Facciamo i conti (supponendo che tutti i beneficiari la utilizzeranno totalmente)
x il 2008 € 120x1300000x 1%= € 1.560.000,00
x il 2009 € 40 x 12mesi x 1300000 x 1% = € 6.240.000
TOTALE € 7.800.000,00 ...che finiranno nelle casse di Mastercard.

Paola Nasca




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SCIENZA
26 novembre 2008
Caso Englaro e testamento biologico: tutto quello che non posso ignorare
Non posso non guardare la realtà delle cose per quella che è, poiché l’analisi degli accadimenti deve partire da quello che fino ad ora il potere legislativo e quello giudiziario hanno fornito. La Suprema Corte di Cassazione nel 2007 (n°21748 I° sez. Civ.) aveva enunciato un chiaro principio di diritto al quale ogni operatore deve adeguarsi quando abbia a che fare con persone in stato vegetativo permanente: è possibile disattivare il presidio sanitario che tiene in vita la persona qualora la condizione sia scientificamente irreversibile e qualora la richiesta espressa sia pervenuta dalla stessa persona ormai divenuta incapace. Nessuno può quindi contravvenire la volontà di chi prima dispone per i suoi futuri e malaugurati stati di irreversibile malattia, di chi abbia reso espresse le proprie direttive anticipate di trattamento terapeutico. Il problema si pone invece quando la persona in stato neurovegetativo non abbia espresso le sue volontà prima di trovarsi in detto stato, ma sia divenuta incapace (come Eluana Englaro) non avendo ordinato nulla in precedenza per tutto ciò che dovesse essere in caso di coma irreversibile. In tal caso la persona è ritenuta dalla legge incapace e per lei deve decidere cosa fare una persona designata dal Giudice, ovvero un tutore (che nel caso di Eluana, interdetta per assoluta incapacità dal Tribunale di Lecco, è il padre). Si ricostruisce quindi quello che avrebbe voluto Eluana per bocca del padre, perché il codice civile stabilisce che è il tutore che deve farlo trattandosi di diritti personalissimi. Come altrimenti potrebbe precludersi il diritto all’autodeterminazione per un soggetto solo perché è divenuto incapace? La legge (art. 13 e 32 Costituzione, lex 180/1978, 833/1978) stabilisce che salvi i casi di trattamento sanitario obbligatorio, ogni intervento sul soggetto deve fondarsi sul suo consenso. Per legge quindi lo stato ravvisa l’interesse pubblico all’intervento sanitario anche contro volontà del paziente solo e soltanto per i casi di t.s.o. (per la precisione se la persona si trova in una situazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici; se gli interventi proposti vengono rifiutati e se non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere; le ipotesi di t.s.o. quindi sono casi come malattie infettive diffusive, veneree in fase di contagiosità, mentali, lesioni da infortunio su lavoro, malattie professionali, infermità pensionabili). I diritti soggettivi privati in questo caso (come è quello dell’autodeterminazione terapeutica) sono del tutore per legge e non si possono contrapporre ad esso interessi pubblici che tutelino il diritto alla vita perché non è questo il caso e non sono queste le forme di tutela della vita di cui si deve occupare lo Stato altrimenti non si riconoscerebbe il valore dei diritti personalissimi, dallo Stato stesso tutelati in maniera pregnante (si pensi al trattamento dei dati sensibili). Il confine è assai sottile, ma è lucidamente tracciato anche dalla giurisprudenza penale, la quale ha ritenuto che la libertà di cura può anche significare ripudio delle cure per lasciarsi morire, ma non anche libertà di compiere atti positivi per morire, non spiegandosi altrimenti la possibilità di t.s.o. in presenza di gravi tendenze suicidiarie. (Cassazione Penale, n. 13241\2005). Il diritto all’autodeterminazione terapeutica, dunque, si estende sino a consentire il rifiuto consapevole di cure che evitino la morte (sempre salvi i casi di t.s.o.), ed è questa l’essenza stessa del consenso informato (emblematico è il caso di chi, rifiutando l’amputazione di un arto o trattamenti di forte invasività quali quelli previsti dai protocolli internazionali curativi delle malattie terminali, va incontro a morte certa). Non posso nemmeno a questo punto ignorare il dibattito sempre acceso tra i costituzionalisti sul se il valore presidiato dalla Costituzione sia la vita in sé o piuttosto la dignità dell’esistenza, intesa non come condizione umana degradante ma quale capacità di consentire alla persona di vivere una vita che non diventi vera e propria tortura psicologica e condanna fisica; le situazioni che la dottrina suole chiamare “catastrofi umane”, condizioni in cui il vivere si traduce in una situazione quotidiana e pluridecennale di disastro, angoscia e mortificazione. Quali vite quindi sono considerate “catastrofi umane”? Di sicuro quelle che trovano tutela nell’art. 3 Cost. che rende possibile la libera espressione della personalità umana, della dignità e dei valori. Il caso di Eluana Englaro quindi si risolve alla luce di tutto quello che sino ad ora affermano legge, giurisprudenza e dottrina. Inutile scompiglio ha creato la Sentenza n°27145 del 2008 della Suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili la quale non è entrata nel merito della questione, non ha deciso su se fosse giusto o meno che il padre di Eluana, quale suo tutore, potesse decidere in merito al trattamento sanitario da continuare o meno su Eluana (visto che la stessa Corte ha già detto in ogni modo che è suo potere farlo, non trattandosi di ipotesi di t.s.o.). Le Sezioni Unite hanno stabilito che il Procuratore Generale non può proporre appello in merito a quanto deciso per Eluana poiché egli non è interventore necessario ai sensi dell’art. 70 del codice di procedura civile; secondo quanto sancisce la legge non può chiedere giustizia perché non ha interesse o meglio lo stato non può avere interesse a chiedere giustizia in casi simili. Nel processo civile, la presenza del Pubblico Ministero ha carattere eccezionale perché derogatoria del potere dispositivo delle parti stesse e la sua presenza è normativamente prevista solo in ipotesi peculiari di controversie coinvolgenti anche interesse pubblico, pertanto il suo potere di azione se c’è deve essere espressamente previsto dalla legge e le Sezioni Unite hanno stabilito che nel caso della Englaro non c’è per mancanza di disposizioni di legge che lo prevedano. Il potere di impugnazione del p.m., infatti, è disciplinato dall’art. 72 del codice di procedura civile che lo limita alle sentenze relative a cause matrimoniali, alle sentenze che dichiarino l’efficacia o l’inefficacia di sentenze straniere relative a cause matrimoniali e per esegesi giurisprudenziale anche in relazione a cause che, ex art. 69 c.p.c., egli avrebbe potuto proporre (ma si tratta di casi rarissimi). Il p.m. pertanto non è mai legittimato (se non dalla legge stessa) all’impugnazione (lo afferma la legge e la giurisprudenza non ha mai affermato il contrario) tantomeno poteva esserlo nel caso di Eluana, ergo il Procuratore Generale di Milano non poteva certo qualificarsi come interventore necessario senza scatenare la reazione degli Ermellini. Altra cosa che non posso certo ignorare è l’esistenza della Convenzione di Oviedo, convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina sottoscritta ad Oviedo (Spagna) il 4 aprile 1997, ratificata con legge 28/3/2001 n° 145: si tratta della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina che, all’art. 9 (in francese nel testo originale), afferma “nei casi di paziente incapace, il medico deve tenere conto dei desideri da questo espressi nel momento in cui era lucido”. Penso sia evidente l’enunciazione del principio dell’ultrattività del consenso, talmente evidente da non lasciar spazio ad una sola ipotesi di volontà che nasca e muoia immediatamente senza potersi protrarre nel tempo. Infine però non posso nemmeno ignorare di essere in Italia e che la convenzione di Oviedo è stata trattata dall’Italia stessa con la leggerezza e la cecità che più volte contraddistingue il nostro legislatore: sottoscritta nel 2001 e nello stesso anno oggetto di legge di autorizzazione alla ratifica è tuttora bloccata dal mancato deposito dello strumento di ratifica da parte del Governo Italiano nelle modalità stabilite dalla medesima convenzione al Capitolo XIV. Per fortuna la Cassazione però quando ha deciso nel 2007 quali fossero le direttive da seguire in casi di stato vegetativo permanente non ha dimenticato dell’esistenza della tale convenzione, applicandola e dando luce al principio che ho ricordato all’apertura di quest’articolo. Il Collegio riporta espressamente il “diritto alla vita dignitosa”, recependo con ciò il rispetto del diritto alla vita inteso non come diritto all’esistenza, in sé, ma come diritto ad una vita dignitosa. Alla luce di tutto quello che oggettivamente ogni operatore credo non possa ignorare, invito tutti alla riflessione quando si divulgano notizie, quando ci si schiera a spada tratta difendendo il “diritto alla vita” e quando si operano le proprie scelte, di pensiero e di azione, seguendo sterilmente i dettami della Santa Sede.

Paola Nasca
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settembre