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17 maggio 2009
Cattolico dal greco è "universale"
In genere, in ogni periodo dell’anno si parla, anche solo di sfuggita, del Papa o della Chiesa. In questi giorni la Chiesa è protagonista di due grossi baricentri d’attenzione: il viaggio del Papa in Medioriente, e la posizione contraria della Cei riguardo il rimpatrio immediato dei clandestini libici. Due argomenti delicati e importanti. Qualche parole per ognuno. La posizione della Cei riguardo i clandestini spiazza senza dubbio molti cattolici; se si pensa (da quanto dicono) che gran parte dell’elettorato cattolico sia di centro e di centro-destra, è difficile poi vedere la Conferenza Episcopale che si schiera contro un provvedimento che era proprio uno dei cavalli di battaglia del governo in campagna elettorale: la sicurezza. Molti politologi hanno attribuito all’atteggiamento nei confronti di questo punto la causa principale della schiacciante vittoria di Berlusconi e il successo clamoroso della Lega alle urne. La Cei si schiera quindi contro, e in maniera ferma, con tono fermo e poco conciliante. Per molti aspetti sono d’accordo con la posizione della Cei. Per due motivi: uno, la dignità del trattamento e della gestione della persona umana (e il clandestino, che lo si voglia o no, è uomo quanto noi), che non può essere usata come un carico sgradito che si rimanda a destinazione, peraltro senza sufficienti controlli. In condizioni poco civili. Due: si deve evitare, con assoluto rigore, il concetto che mette sullo stesso piano il clandestino, l’immigrato, e il criminale: e quindi il problema sociale.

Il problema è il criminale, non il clandestino. Che i due vengano spesso a coincidere, è un problema che deve prescindere dal comportamento nei confronti della singola persona, che non può essere giudicata in base al paese d’origine. Questo presupposto non deve mai venire meno. Perché se si confondono questi due fattori, si (ri)cadrebbe in un becero nazionalismo etnico che non solo non è ragionevole, ma non è utile per la crescita del Paese e per lo sviluppo del bene comune. In questo senso, bene fa la Cei a richiamarsi al valore di un paese sia pure multietnico, in cui la differenza sia ricondotta dentro termini più “alti” rispetto al colore della pelle. Cattolico, per chi volesse controllare il dizionario etimologico, significa, dal greco, <<universale>>. Secondo punto, brevissimo: quello che Ratzinger sta ribadendo a più riprese, in Medioriente e dall’inizio del suo pontificato, è l’assoluta conciliabilità di fede e di ragione; non solo, ma l’irragionevolezza e l’infondantezza di una fede che non sia perseguibile e illuminante per la ragione dell’uomo. Di qui la persistente negazione della violenza e del fanatismo come prerogative religiose o anche soltanto mistiche. Il punto è: cosa intende Benedetto XVI per ragione, e soprattutto, come la si giudica “ragione” rispetto ad un’altra che si presuma tale? Credo che il Papa intenda per ragione innanzitutto il bene e la compiutezza della persona umana, la sua dignità assoluta. Qui si riallaccia alla posizione della Cei: dignità umana che da non sottoporre a nessun compromesso o contrattazione; che è, dice il Papa, proprio in quanto voluta da Dio, il bene che più di tutti va tenuto in considerazione, la dignità più alta da conservare, perché l’uomo non abbassi la propria potenzialità a quella dell’animale, ma riconosca nell’infinito tutta la portata della sua “capacità”. Questa, sì, al di là di qualsiasi posizione o ideologia, mi sembra una posizione ragionevole. O no?

Fabrizio Sinisi




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SCIENZA
12 febbraio 2009
Tra vita e morte. Urlo di rabbia
Mi dispiace, ma riguardo al caso di Eluana Englaro, o meglio riguardo alla questione che esso scatena, non credo sia il momento del silenzio. Perché il lutto della famiglia va certamente rispettato, ma non si può ignorare che questo lutto – un lutto, ricordiamolo, cercato ostentatamente per diciassette anni – ci tocca tutti e ci costringe a prendere posizione su qualcosa che non riguarda solo la famiglia, ma – proprio perché si sta discutendo in questi giorni una legge al riguardo – tutto il Paese. Mi sembra che in questa vicenda siano emersi punti particolarmente rilevanti; sono mie idee, che ovviamente chiunque è libero di contestare.

Non è detto che l’amore di un padre sia, necessariamente, il tribunale assoluto di una decisione riguardante la figlia. Ci sono padri che violentano i figli, che li schiavizzano, che li picchiano a sangue, che li educano alla violenza e all’odio, che li uccidono; in quel caso noi sappiamo intervenire e giudicare, e non ci appelliamo in quel caso all’indiscutibilità dell’amore paterno. Il caso Eluana non deve sfuggire a questa regola; non si deve aver problemi a dire che Beppino Englaro può aver sbagliato (e secondo me ha sbagliato), a mettere in discussione la sua battaglia senza per questo mettere in discussione il suo amore per la figlia e la sua buonafede.

La politica non può, come si auspicava candidamente Walter Veltroni, fare un passo indietro davanti a certe questioni. La politica deve invece rivendicare la sua possibilità di essere un organo superiore alla somma delle sue parti, cioè all’individualità dei suoi cittadini. E da questo punto di vista, persino la Costituzione non può diventare un dio, ma è e rimane uno strumento che il popolo italiano si dà per regolamentare in modo statutario il proprio bene comune. Sono le leggi che sono fatte per gli uomini, non gli uomini per le leggi.

La morte di Eluana Englaro è stato un evento irregolare sotto tutti gli aspetti: giuridico, politico, sanitario. C’è qualcosa di triste e di abbietto in questa equipe di medici, di dottor Morte, che affittano la stanza di un ospizio e vietano a tutti – anche agli inservienti della clinica stessa – di entrarvi; ci portano una persona in piena notte, ce la fanno morire sotto la tortura della fame e della sete, da sola, sotto il verdetto di una magistratura (che, come i giuristi sanno, non è un potere, ma un ordine) che si fa potente di un vuoto legislativo. Non è questa l’immagine della libertà come io la immagino.

Eluana Englaro era una disabile. Non una malata terminale: non c’era nessuna macchina che la tenesse in vita; non si può certo definire come “terapia” l’alimentazione e l’idratazione – sono la sussistenza elementare di ogni individuo, sano o malato che sia. Quindi abbiamo assistito all’omicidio non di una persona che, tenuta in vita dalla medicina moderna, chiedeva di morire, ma di una persona di cui nessun medico poteva accertare lo stato di coscienza, autosufficiente da un punto di vista organico, su cui è stato deciso, sulla base di una volontà solo presunta e assai discutibile, che non era una vita degna di essere vissuta, indegna al punto che fosse preferibile ad essa una morta per fame e per sete.

Quelli che volevano mantenere in vita Eluana, come le suore misericordine che l’accudivano da diciassette anni, che si sono offerte di continuare ad accudirla senza nessun pagamento e che se la sono vista portar via di forza nel cuore della notte, non erano arroganti (a parte, naturalmente, chi sulla vicenda ha speculato e strumentalizzato, ma sono posizioni che non meritano considerazione): erano invece i più umili. Era la posizione di chi, davanti a un corpo incomprensibilmente vivo, davanti a una forma di vita talmente misteriosa che la ragione non sa capirne la natura, non hanno avuto il coraggio di negarne la dignità. Chi ha affamato e assetato questa donna fino alla morte ha fatto il contrario: ha deciso, autonomamente, che quel mistero andava amputato, che una vita andava – a trentotto anni – stroncata.

Fabrizio Sinisi



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DIARI
19 gennaio 2009
Spiritualità senza astrazione
Credo che la statistica non dia un’idea realistica delle cose, ma non c’è bisogno delle statistiche per capire che il concetto di spiritualità e tutto ciò che ad esso concerne viene spesso messo a margine delle cose ordinarie, in qualche modo ritenuto superfluo, irrazionale – oppure relegato a ciò che riguarda la religione, la fede privata. Questa è un’idea sbagliata, e di quegli sbagli che non sono innocui, quegli sbagli che creano danni; un’idea alimentata dalle televisioni, dal consumismo, dal materialismo ossessivo che vuole trasformarci in macchine. La spiritualità è un concetto che, nella sua base, viene ancora prima della religiosità – è un’impostazione molto laica. È laica perché riguarda la natura stessa dell’uomo. L’uomo di per sé chiede ed esige di continuo il significato di sé, della sua vita, del suo soffrire: tutta la sua esperienza implora di essere rischiarata da e dentro un senso. L’esistenza non sopporta di essere senza destino, non sopporta la contraddizione tra tutto ciò che desidera – che è infinito – e la finitudine di tutte le cose. Il rapporto con il trascendente riguarda proprio questo: l’esigenza del cuore dell’uomo di trovare nella sua esperienza il punto di fuga di ciò che è più grande di lui, di ciò che è mistero, e quindi il rapporto con quel qualcosa d’altro che lo fa e che lo mette in essere. La spiritualità è il rapporto, un tentativo di rapporto, con questo Oltre di cui l’uomo stesso, se è leale, sa di non poter fare a meno.  C’è qualcosa di meno confessionale, di meno concreto e razionale di questo?

Fabrizio Sinisi



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DIARI
11 settembre 2008
A sette anni dall' 11 Settembre

Sette anni fa sembrava una scena surreale, sottratta a qualche film: vedere degli aerei (aerei!) abbattersi sui grattacieli del World Trade Center, il punto più alto del mondo occidentale. E già mentre guardavamo quelle immagini sapevamo che quell’angoscia era dovuta anche al fatto che sapevamo che quell’attentato era anche simbolico, andava al di là di se stesso: era un attacco al cuore pulsante di un Paese, di un mondo, di una cultura, che si è brutalmente scoperta fragile, indifesa, debole. Tuttora non sappiamo tutto di quanto è accaduto quel giorno. È accaduto uno di quei rari, secolari passaggi storici; e tuttavia c’è una particolarità, in quest’evento, che è una novità assoluta nella storia del mondo: per la prima volta il massacro, il fatto, è stato capillarmente seguito dai media, filmato e registrato in ogni secondo. L’abbiamo seguito, abbiamo partecipato, l’episodio è penetrato a fondo più che mai  nelle nostre coscienze. Senza entrare nel merito delle singole opinioni; perché ogni fatto storico necessita di tempo e di studio per rivelare il suo significato. L'impressione successiva all’11 settembre è stata che tutto l’occidente si è scoperto vulnerabile come mai lo è stato. Ha scoperto che la propria cultura era debole, perché in realtà nessuno vi si riconosceva sino in fondo; ha scoperto che la sua religione era debole, e molti non ci credevano più; ha scoperto che il Paese più potente del mondo era debole, se lo si attaccava, come un virus, dall’interno del suo organismo. L’Europa ha insomma scoperto la sua debolezza nella fragilità dei suoi fondamenti: ha scoperto le sue illusioni, ha dovuto ridiscutere tutti i suoi presupposti. Anche adesso cerca di trovare se stessa – cerca un motivo per affermarsi - per rendere ragione della sua presenza, e, forse, per non scomparire.

Fabrizio Sinisi




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